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Prodotto come touchpoint rituale: impariamo dal K-pop

Prodotto come touchpoint rituale: impariamo dal K-pop

Strumento Gua Sha bianco in ceramica con illustrazioni a mano di personaggi kawaii, fiori e stelle su sfondo azzurro.

Un album musicale a forma di cane. Dentro, uno strumento per il massaggio facciale in ceramica.

ILLIT, girl group coreano del label Belift Lab, ha incluso un gua sha funzionale nell’edizione fisica del suo nuovo EP. Un oggetto progettato per vivere sul comodino, essere usato ogni mattina, comparire nelle stories di Instagram nel mezzo di una skincare routine. La traccia a cui fa riferimento si chiama “GRWM” – Get Ready With Me. Il formato video più consumato dalla Gen Z. Il momento della giornata più carico di intimità performativa.

Non è un gadget. È un prodotto come touchpoint rituale: un oggetto fisico progettato per abitare un’abitudine già esistente nella vita del consumatore, non per crearne una nuova.

Set album ILLIT: Gua Sha in ceramica decorata, CD, photocard e booklet "Mamihlapinatapai" su sfondo neutro.

Il merch tradizionale produce possesso. Il touchpoint rituale produce presenza

Per anni, il prodotto fisico ha risposto a una domanda sbagliata: come ci differenziamo? Il risultato è prevedibile: packaging più bello, edizioni limitate, materiali pregiati. Oggetti da guardare, da collezionare, da mettere su uno scaffale.

Il problema non è la qualità. È la funzione. Un oggetto che si guarda occupa spazio, ma non occupa tempo. Non entra nella giornata del consumatore. Non costruisce abitudine e senza abitudine non costruisce relazione.

Il merch tradizionale genera un picco di desiderio al momento dell’acquisto e poi scompare dalla vita attiva delle persone. Non è utility. È frequenza di contatto incorporata in un rituale esistente. È la differenza tra un’impressione e una presenza.

Foto di Jeno e Jaemin in abito nero in un ufficio, e a destra l'esposizione del merchandise dell'album NCT DREAM.

I membri della subunità JNJM della boy band NCT, a sinistra, e le scarpe da ginnastica Converse nel loro album di debutto “BOTH SIDES”. Per gentile concessione di SM Entertainment.

Il K-pop non ha inventato il merch: ha fatto una domanda diversa

NCT JNJM ha debuttato con un album che conteneva scarpe Converse, indossabili. Yeonjun di TXT ha rilasciato una versione del suo album solista con pantaloncini inclusi. KickFlip ha inserito una mini fotocamera digitale nel proprio EP. RESCENE ha abbinato al proprio disco un lip balm al profumo di frutti di bosco.

Ogni oggetto ha una funzione reale nel mondo reale. Ognuno entra in un’abitudine già esistente: vestirsi, fotografare, prendersi cura di sé. Il brand non chiede alle persone di costruire un nuovo comportamento. Si inserisce in uno spazio già occupato, già carico di significato emotivo.

La domanda che il K-pop si è posto non è “cosa possiamo dare al fan?” ma “in quale momento della giornata del nostro fan vogliamo esistere?” Questa è la domanda che separa il merch dalla strategia.

Yeonjun dei TXT a torso nudo accanto a una confezione di boxer bianchi "NO LABELS" con scritte nere.

Yeonjun dei TXT, a sinistra e i pantaloncini inclusi nel suo album solista “NO LABELS: PART 01”. Per gentile concessione di BigHit Music

I dati confermano il cambio di modello, non è una tendenza creativa

In HYBE, casa discografica di BTS, ILLIT, TXT, il fatturato da merchandising e licensing è salito da 420 miliardi di won nel 2024 a 570 miliardi nel 2025, portando la sua quota sul fatturato totale dal 18,6% al 21,5%. Nello stesso periodo, le vendite di album fisici tradizionali sono scese dal 38% al 29%. SM Entertainment ha registrato un +50,6% anno su anno sullo stesso segmento (fonte: Korea Times).

Il valore si sta spostando dal contenuto all’esperienza tangibile. I brand che continuano a investire solo nel prodotto da possedere stanno cedendo quota a quelli che hanno capito come progettare oggetti da usare. Il mercato lo registra con precisione.

Collage di balsamo labbra RESCENE: a sinistra la confezione in latta aperta, a destra il tubetto nero con scritta Bloom.

Quando il prodotto come touchpoint rituale funziona davvero

Il meccanismo ha condizioni precise. Non è applicabile a qualsiasi prodotto o qualsiasi mercato senza una lettura accurata del contesto.

Funziona quando l’oggetto fisico è congruente con un’abitudine reale e già strutturata nel quotidiano del consumatore target. Non basta essere usato. Una t-shirt è usabile, viene indossata, vissuta, consumata. Ma non è un touchpoint rituale perché non si ancora a un momento ricorrente e significativo della giornata. Il gua sha di ILLIT sì: entra nella skincare routine mattutina, un momento con una sua struttura emotiva, una sua frequenza, una sua visibilità sociale. La distinzione non è tra oggetto utile e oggetto inutile. È tra oggetto usato e oggetto integrato.

Funziona quando il mercato ha una cultura del rituale quotidiano esplicitamente codificata e socialmente condivisa. I mercati coreano e cinese hanno questa caratteristica in modo marcato. Il rituale di cura, il momento del caffè, la routine mattutina sono codificati e visivamente condivisi. Nei mercati a basso contesto, Italia e USA, dove le abitudini sono più private e meno performate, lo stesso oggetto può restare invisibile anche se tecnicamente ben progettato.

Non funziona quando il brand non conosce la struttura della giornata del proprio consumatore nel mercato di destinazione. Progettare un touchpoint rituale senza sapere dove si inserisce è un capriccio estetico, non strategico. E non funziona come soluzione di emergenza per prodotti che hanno già fallito come oggetti da possedere. Il problema non è la funzione aggiunta, è la relazione assente.

Tazze Illy x Kakao Friends su scrivania e gift box Fendi x Ciireals: brand italiani come touchpoint rituale in Asia.

Illy × Kakao Friends e Fendi × Ciireals: due brand italiani che entrano nella routine quotidiana coreana e cinese attraverso il touchpoint rituale.

Per i brand italiani che esportano in Asia: entrare nella routine è più difficile che entrare nel mercato

Il mercato coreano e quello cinese non premiano la qualità del prodotto in isolamento. Premiano la capacità di un brand di integrarsi in un sistema di abitudini già strutturato e culturalmente specifico.

Un brand di caffè premium italiano che esporta in Corea non compete con altri caffè. Compete con il momento del caffè e quel momento ha una forma precisa: quali oggetti lo abitano, quale rituale lo accompagna, quale significato sociale porta con sé. Un prodotto fisico che ignora questa architettura può essere eccellente e restare invisibile.

Lo stesso vale per il beauty, il food, il lifestyle. Il prodotto come touchpoint rituale funziona nei mercati asiatici perché questi mercati hanno una cultura del rituale quotidiano esplicitamente codificata e socialmente condivisa. Entrare senza averla mappata non è un errore creativo. È un errore strategico.

Cushion e lip tint Samyang x Tony Moly Hot Edition con packaging ispirato al ramen buldak, collab beauty coreana

Samyang × Tonymoly Hot Edition: quando il brand food entra nella skincare routine e diventa prodotto come touchpoint rituale.

Le tre domande che ogni C-level dovrebbe porre prima di un lancio fisico

Applicare la logica del prodotto come touchpoint rituale non richiede di riprogettare tutto. Richiede di fare le domande giuste prima di qualsiasi decisione sul prodotto fisico.

  1. In quale momento della giornata del nostro cliente dovrebbe vivere questo oggetto? Non dove vorremmo che stesse, dove sta già. Cosa fa alle 7 di mattina, alle 13, alle 22. Quali oggetti usa. Quali rituali compie senza pensarci.
  2. Questo oggetto entra in un’abitudine esistente o chiede di crearne una nuova? Chiedere al consumatore di costruire un nuovo comportamento intorno al prodotto è costoso e spesso inutile. Inserirsi in uno già presente è efficiente e genera contatto ripetuto.
  3. La funzione è coerente con il sistema di significati del brand? Un oggetto utile ma narrativamente scollegato non trasferisce valore al brand. Trasferisce utilità. Sono cose diverse.
Membro KickFlip con fotocamera digitale e packaging del mini album My First Kick con fotocamera inclusa

KickFlip include una fotocamera digitale nel mini album My First Kick: il prodotto come touchpoint rituale entra nell’abitudine di fotografare.

Il prodotto fisico non è morto: si è fatto più esigente

Lo streaming non ha ucciso il prodotto fisico. Lo ha costretto a guadagnarsi un posto nella vita quotidiana di qualcuno invece di limitarsi a occupare spazio su uno scaffale.

Il K-pop lo ha capito prima perché opera in mercati dove il rituale quotidiano è visibile, codificato e progettabile. I brand con quella stessa ambizione, su qualsiasi mercato, in qualsiasi categoria, hanno ora un modello operativo chiaro.

Progettare un prodotto come touchpoint rituale significa smettere di chiedersi come differenziarsi e iniziare a chiedersi dove si vuole esistere nella giornata di chi compra.

Il tuo brand sa rispondere a quella domanda?


Il tuo brand vuole far parte della giornata delle persone?

Se stai pensando a un lancio fisico su mercati asiatici o vuoi ripensare la strategia di prodotto, lavoriamoci insieme.