Oggi il lusso parla una lingua nuova, non più il sussurro sofisticato del quiet luxury, ma la voce rilassata e coinvolgente del lazy luxury. E no, non si parla solo di vestiti.
La rivoluzione investe il branding e il marketing stesso dei brand di lusso, cambiando le regole del gioco per chi vuole davvero conquistare il cuore e, il portafoglio, del consumatore moderno. Ce lo ha dimostrato anche Ed Westwick sul red carpet della Festa del Cinema di Roma, sempre Chuck Bass, ma in versione Hamptons!
- Ed Westwick sul red carpet in perfetto stile lazy luxury. Immagine: Corriere della Sera.
- Focus sulla manifattura e qualità dei materiali LVMH.
Dal quiet luxury al lazy luxury: un cambio di paradigma nel branding
Per anni, il quiet luxury è stato quel messaggio elegante e riservato che non aveva bisogno di spiegarsi troppo. Bastava un taglio perfetto, un tessuto che sussurrava “artigianalità”, una palette di colori neutri per farsi riconoscere da chi sapeva guardare. È stato il linguaggio dei brand che costruivano mondi interi con il potere del non detto, con uno storytelling raffinato, quasi aristocratico. Un whisperer, letteralmente.
Ma qualcosa è cambiato. Nel 2025, quel silenzio elegante comincia a sembrare distante, quasi freddo. I consumatori vogliono sentirsi parte della storia, non semplicemente spettatori. Cercano autenticità, leggerezza, un linguaggio che li accolga invece di metterli alla prova. Questo bisogno di vicinanza si scontra con una realtà di mercato che chiede un cambio di rotta.
Una recente analisi, infatti, rivela che il settore del lusso sta vivendo una fase di rallentamento, con 50 milioni di clienti persi in due anni (fonte Osservatorio Altagamma) e la produzione in calo del 25% rispetto al 2022. Ed è qui che entra in scena il lazy luxury: una risposta meno rigida, più spontanea, che, pur mantenendo l’attenzione maniacale alla qualità, cerca di recuperare l’autenticità e l’intimità perdute. Nonostante la contrazione, si prevede comunque un tasso di crescita globale tra l’1 e il 3% nei prossimi anni, spinto proprio dalle richieste di esperienze uniche oltre al semplice prodotto.
Il Lazy Luxury non si limita, ovviamente, all’abbigliamento o all’oggettistica. Questa filosofia di autenticità e lusso rilassato sta ridefinendo anche il settore della cura personale. Come dimostrano i nuovi marchi che evitano il packaging ostentato e puntano sulla sensorialità e sulla qualità viscerale: qui, il lusso risiede nell’efficacia e nell’intimità del rituale, non nell’ostentazione.

Il sito web del brand francese Carven, con la sua estetica minimalista e calda, è un esempio perfetto di branding lazy luxury.
Lazy luxury: il nuovo linguaggio del marketing emozionale
Il lazy luxury parla come una conversazione a fine giornata, davanti a un bicchiere di vino buono e un panorama che non ha bisogno di filtri. Niente più barriere di cristallo tra brand e pubblico, niente più scatti perfetti e irraggiungibili. Al loro posto, momenti reali, storie vere, un’estetica morbida e accogliente.
I brand non si nascondono più dietro la perfezione. Mostrano il backstage, la mano dell’artigiano che sbaglia e ricuce, il laboratorio dove le idee prendono forma prima di diventare icone. Il marketing diventa un racconto corale, fatto di gesti e di persone. Non è più solo strategia, è esperienza condivisa.
Anche ai vertici si percepisce questa virata. Anish Melwani, CEO di LVMH US, ha recentemente dichiarato alla Milken Conference in California: “Spero che il termine quiet luxury sia ormai superato. Stava diventando piuttosto fastidioso.” Melwani ha spiegato come marchi come Loro Piana e Fendi abbiano attraversato fasi diverse di presenza di loghi e minimalismo, ma ha sottolineato che il lusso deve restare un’esperienza aspirazionale per tutti i consumatori e che il quiet luxury rischiava di limitare la scelta e l’espressività personale. Come dargli torto.
- Immagine: Bottega Veneta.
- Immagine: Bottega Veneta.
Quali sono i brand pionieri del lazy luxury
Il lazy luxury non è un’idea astratta. È già vivo, respirato e indossato.
In Europa, Bottega Veneta ha costruito un’estetica che rinuncia ai loghi urlati per raccontarsi con la calma di una carezza di pelle intrecciata. È un lusso che non ha bisogno di annunciare la propria presenza, perché si riconosce dal modo in cui cade un cappotto, dalla qualità silenziosa di una borsa. Loro Piana ha trasformato la morbidezza in linguaggio, rendendo cashmere e materiali naturali non solo simboli di raffinatezza, ma anche di comfort emotivo. Ma il lusso vissuto e autentico deve ancora risolvere le sue contraddizioni etiche, come dimostrato in un inchiesta di Bloomberg Businessweek del 2024 sui tosatori di vigogne peruviani. Un promemoria che il vero ‘Lazy Luxury’ richiede sostenibilità e giustizia lungo tutta la filiera.
Dall’altra parte dell’Atlantico, invece, marchi come The Row delle gemelle Olsen e Gabriela Hearst hanno definito la grammatica del lusso rilassato americano: silhouette pulite, materiali sostenibili, un’estetica che non chiede attenzione ma la cattura con grazia.
E poi c’è l’Asia, dove il lazy luxury diventa terreno di sperimentazione culturale. In Corea e Cina, marchi come Wooyoungmi e Shang Xia fondono artigianato e innovazione, creando una narrazione ibrida che parla al presente con la forza della tradizione. Non è solo moda, è identità raccontata con naturalezza, attraverso piattaforme digitali che amplificano il messaggio senza snaturarlo.
- La stilista sudcoreana Woo Young Mi. Immagine: The Business of Fashion.
- Lazy Luxury Wooyoungmi Primavera 2026.
Tendenze in Asia: il grande mercato del lusso si rinnova
La scena asiatica è oggi il motore pulsante del lusso globale, ma non secondo i vecchi schemi. Qui il lazy luxury diventa un linguaggio che unisce radici e modernità. La Cina e la Corea guidano una nuova ondata di storytelling che preferisce la sincerità ai codici troppo costruiti. Non è un caso. I consumatori asiatici chiedono storie autentiche, marchi capaci di rappresentare valori condivisi, legami reali con la comunità.
Le strategie più vincenti in quest’area combinano lusso rilassato, sostenibilità e coinvolgimento diretto. Un lusso più umano, che non si limita a sedurre ma si lascia avvicinare. I brand locali non cercano di imitare l’Occidente, stanno scrivendo un loro vocabolario, fatto di tradizione reinterpretata e di un rapporto più caldo e immediato con il pubblico.

Trend e numeri che contano
Il 2025 racconta un mercato del lusso che non cresce più a colpi di euforia, ma di consapevolezza. Secondo i dati di McKinsey & Company, i consumatori non vogliono solo prodotti iconici, vogliono marchi che parlino la loro lingua, che condividano valori autentici, che costruiscano relazioni durature.
Le aziende lo sanno. I colossi del lusso investono cifre sempre più importanti in marketing emozionale e culturale. LVMH, per esempio, destina oltre il 10% del fatturato alla creazione di esperienze e momenti che fanno vivere il brand, non solo acquistarlo. Non si tratta più di vendere un abito, ma di far sentire il cliente parte di qualcosa.
- Sicuramente lazy luxury, ma non economico il costosissimo packaging Jil Sander.
- Lazy Luxury nel Beauty: il profumo “Earth” di Jil Sander, tra natura e minimalismo.
Come cambia il branding luxury
Le regole sono cambiate e il branding non può restare fermo. Non basta più costruire status, serve costruire connessioni. I marchi che resistono alla trasformazione rischiano di restare congelati in un’epoca che non parla più al cuore dei consumatori.
Il lazy luxury spinge i brand a rinunciare alla distanza, ad aprirsi. A raccontare storie reali, a costruire esperienze più fluide, più partecipative. A integrare la sostenibilità non come slogan, ma come fondamento identitario. A trasformare la comunicazione in dialogo e non in monologo.
Perché il lazy luxury è la nuova frontiera del branding e marketing nel lusso
Il quiet luxury ha fatto la storia con il suo silenzio elegante. Ma oggi, quel silenzio si apre e lascia entrare la voce calda e accogliente del lazy luxury. Non è un addio, è un’evoluzione. Da simbolo di esclusività distaccata a linguaggio di eleganza vissuta.
Anish Melwani e LVMH US lo hanno capito bene. Puntano tutto su questa nuova grammatica del lusso, fatta di emozioni, autenticità e intimità strategica. Perché il nuovo consumatore non vuole solo sognare: vuole sentirsi parte del sogno.
Il futuro del lusso non è più una vetrina impeccabile e distante. È una conversazione. È la sensazione di potersi sedere a quel tavolo, sorseggiare un buon vino e dire: “Sì, questo mondo parla anche a me.”








